Settimana Santa – Giovedì

sul sacerdozio lo prego per loro; per coloro che tu mi hai dato, perché sono tuoi. (Gv 17, 9)

 

«La nostra preghiera non sale a Dio se non in Cristo e attraverso il Cristo. Tra Dio creatore e noi creature e per di più creature peccatrici, non c’è altro ponte, non c’è altro pontefice che Cristo» (A. Trapè). Egli prega per noi come nostro sacerdote: egli è il nostro sacerdote, prega per ciascuno di noi e per tutti gli uomini, chiedendo al Padre quanto è necessario per ciascuno di noi. Cristo prega per noi come nostro capo: è Lui che parla attraversola Chiesa, che prega in noi attraverso l’azione dello Spirito Santo.

Cristo è pregato da noi come nostro Dio: invocando Cristo siamo immessi nel circolo di Amore della Trinità. Questa è la sintesi agostiniana della preghiera di Cristo, con Cristo e in Cristo. Noi siamo invitati a fame esperienza.

 

La preghiera di Gesù Cristo sacerdote

 

Dio non avrebbe potuto elargire agli uomini dono più grande di quello di costituire loro capo lo stesso suo Verbo per cui mezzo aveva creato l’universo, unendoli a lui come membra, in modo che egli fosse figlio di Dio e figlio dell’uomo, unico Dio insieme con il Padre, unico uomo insieme con gli uomini. Ne segue che, quando parliamo a Dio e preghiamo, non dobbiamo separare da lui il Figlio, e quando prega il corpo del Figlio, esso non ha da considerarsi staccato dal suo capo; per cui la stessa persona, l’unico salvatore del corpo mistico, il Signore nostro Gesù Cristo, Figlio di Dio, è colui che prega per noi, che prega in noi e che è pregato da noi.

Prega per noi come nostro sacerdote; prega in noi come nostro capo; è pregato da noi come nostro Dio. Riconosciamo dunque in lui la nostra voce, e in noi la sua voce. E quando nei riguardi del Signore Gesù Cristo, soprattutto nelle profezie, si dice qualcosa che contiene dell’umiliazione e quindi indegno di Dio, non dobbiamo esitare ad attribuirlo a lui, poiché lui non ha esitato a unirsi a noi. Al suo servizio è infatti tutta la creazione, perché per suo mezzo tutte le creature sono state fatte. E noi quasi vediamo la sua maestà divina quando ascoltiamo le parole: In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio. Questi era in principio presso Dio. Tutte le cose per suo mezzo sono state fatte e niente è stato fatto senza di lui. Contempliamo qui la divinità del Figlio di Dio, così eccelsa e sublime che va al di là di ogni più alta creatura; ma poi, in qualche altra parte delle Scritture, lo ascoltiamo gemere, pregare e confessare. Stentiamo allora ad attribuire a lui queste parole, e la nostra mente trova difficoltà a discendere dalla recente contemplazione della sua divinità alla sua umiltà. Crede di offenderlo, trovando parole troppo umane riferite a colui al quale dirigeva la supplica quando pregava Dio; e così rimane sospesa e vorrebbe cambiare il senso delle parole. Nella Scrittura, però, altro non trova se non che bisogna ricorrere a lui e non lasciarsi sviare da lui. Si desti dunque e vigili nella fede! Ricordi come colui che poco prima contemplava nella natura di Dio ha assunto la natura di servo: è divenuto simile agli uomini e, per le sue fattezze, è stato ritenuto uomo. Egli si è umiliato e si è fatto obbediente fino alla morte; ha voluto far sue le parole del salmo e, mentre pendeva dalla croce, diceva: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? È pregato dunque nella natura di Dio; prega nella natura di servo. Là è creatore, qui creatura: lui che senza mutamenti assunse la nostra natura mutevole e fece di noi un solo uomo con lui. Lui è il capo, noi il corpo. Noi dunque preghiamo rivolti a lui; preghiamo per mezzo di lui e in lui. Noi preghiamo insieme con lui ed egli prega con noi.

(dal Commento al Salmo 85, 1)

 

Sul comandamento dell’ anlOre vicendevole

Per una breve meditazione…

Gesù Cristo per noi, ben sapendo che non era usurpazione il farsi eguale a Te, si fece invece tuo servo fino alla morte di croce: per noi vincitore e vittima, anzi,. vincitore perché vittima;

per, noi, al tuo cospetto sacerdote e sacrificio, anzi, in tanto sacerdote in quanto sacrificio: e ci ha fatti, da servi, figli, fatto si Egli,.figlio, schiavo per noi.

(dalle Confessioni X, 43)

 

 

Sul comandamento dell’amore vicendevole

Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici. (Gv 15, 13)

 

La missione di Cristo si comprende alla luce “del dono e del servizio, non del potere e del dominio. Cristo non è il Messia trionfante atteso dagli Ebrei, ma il servo che dona la vita per i fratelli. Se essere cristiano vuol dire seguire l’esempio di Cristo, la sequela si pone nei termini di una imitazione dello stile del maestro, il quale ci ha raccomandato a parole e con le opere, con la sua vita e la sua stessa morte, la via humilitatis. Il legno della croce diviene la cattedra dalla quale Cristo impartisce la sua lezione: unito nell’umiltà al Padre, è innalzato nella gloria; questo stesso mistero di abbassamento e glorificazione, in unione con il Verbo incarnato, attende ciascun fedele.

 

Il servizio vicendevole dei fratelli

 

Ricordiamo di aver particolarmente sottolineato la sublimità di questo gesto del Signore, che, lavando i piedi dei discepoli, i quali già erano puliti e mondi, volle farei riflettere che noi, a causa dei nostri legami e contatti terreni, nonostante tutti i nostri progressi sulla via della giustizia, non siamo esenti dal peccato; dal quale peraltro egli ci purifica intercedendo per noi  quando preghiamo il Padre che è nei cieli che rimetta a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori.

Vediamo come si concilia questo significato con le parole che egli aggiunge per motivare il suo gesto: Se dunque io il Signore e il maestro vi ho lavato i piedi; anche voi dovete lavarvi i piedi a vicenda, Vi ho dato infatti, un esempio affinché anche voi facciate come ho fatto io. Dobbiamo forse dire che anche il fratello può purificare il fratello dal contagio del peccato? Certamente; questo sublime gesto del Signore costituisce per noi un grande impegno: quello di ,.Confessarci a vicenda le nostre colpe e di pregare gli uni per gli altri, così come Cristo per tutti noi intercede. Ascoltiamo l’apostolo Giacomo, che ci indica questo impegno con molta chiarezza: Confessatevi gli uni agli altri i peccati e pregate gli uni per gli altri. È questo l’esempio che ci ha dato il Signore. Ora, se colui che non ha, che non ha avuto e non avrà mai alcun peccato, prega per i nostri peccati, non dobbiamo tanto più noi pregare gli uni per gli altri? E se ci rimette i peccati colui che non ha niente da farsi perdonare da noi, non dovremo a maggior ragione rimetterci a vicenda i nostri peccati, noi che non riusciamo a vivere quaggiù senza peccato? Che altro vuoi farci intendere il Signore, con un gesto così significativo, quando dice: Vi ho dato un esempio affinché anche voi facciate come ho fatto io, se non quanto l’Apostolo dice in modo esplicito: Perdonatevi a vicenda qualora qualcuno abbia di che lamentarsi nei riguardi dell’altro come il Signore ha perdonato a voi; fate voi pure? Perdoniamoci a vicenda i nostri torti, e preghiamo a vicenda per le nostre colpe, e così, in qualche modo, ci laveremo i piedi a vicenda. È nostro dovere adempiere, con l’aiuto della sua grazia, questo ministero di carità e di umiltà; sta a lui esaudirci, purificarci da ogni contaminazione di peccato per Cristo e in Cristo, e di sciogliere in cielo ciò che noi sciogliamo in terra, cioè i debiti che noi avremo rimesso ai nostri debitori.

(dal Commento al Vangelo di san Giovanni 58,5)

 

Per una breve meditazione:

Non disdegni il cristiano di fare quanto fece Cristo. Poiché quando il corpo si piega fino ai piedi del fratello, anche nel cuore si accende, o, se già c’era, si alimenta il sentimento di umiltà.

(dal Commento al Vangelo di san Giovanni 58,4)

 

Sull’Eucarestia

lo sono il pane vivo, disceso dal cielo.

Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo.

(Gv 6, 51)

 

L’Eucaristia, «sacramento così grande e divino», è strettamente congiunta all’Incarnazione del Figlio di Dio: «Se il Signore degli angeli non si fosse fatto uomo non avremmo la sua carne; se non avessimo la sua carne, non mangeremmo il pane dell’ altare». (Discorso 130, 2) Per conferire all’uomo la vita divina Cristo si è fatto sacerdote e sacrificio,offrendo -lui sommo sacerdote – il proprio corpo e sangue una volta per sempre, in un «sacrificio così sublime ed accessibile». L’Eucaristia è la «medicina così splendida e nobile», (Discorso 228/B, 1) che sprona il cristiano a seguire le orme di Cristo. Sull’altare infatti non offriamo solola Vittimadivina, ma anche noi stessi: «Questo è il sacrificio dei cristiani: Molti e un solo corpo in Cristo.La Chiesacelebra questo mistero con il sacramento dell’ altare, noto ai fedeli, perché in esso si rivela che nella cosa che offre, essa stessa è offerta». (La Cittàdi Dio l0, 6). L’Eucaristia è il pane dell’unità della Chiesa-corpo con il Cristo-capo, segno concreto della carità che raccoglie i fratelli in Cristo. La partecipazione all’Eucaristia si rivela un forte richiamo alla coerenza di vita dei cristiani.

 

O sacramento di pietà, o segno di unità, o vincolo di carità!

 

Cristo Signore nostro, che nel patire offrì per noi quel che nel nascere aveva preso da noi, divenuto in eterno il più grande dei sacerdoti, dispose che si offrisse il sacrificio che voi vedete, cioè il suo corpo e il suo sangue. Infatti il suo corpo, squarciato dalla lancia, effuse acqua e sangue, con cui rimise i nostri peccati. Ricordando questa grazia, operando la vostra salute, che poi è Dio che la opera in voi, con timore e tremore accostatevi a partecipare di quest’altare. Riconoscete nel pane quello stesso corpo che pendette sulla croce, e nel calice quello stesso sangue che sgorgò dal suo fianco. Prendete dunque e mangiate il corpo di Cristo, ora che anche voi siete diventati membra di Cristo nel corpo di Cristo; prendete e abbeveratevi col sangue di Cristo. Per non distaccarvi, mangiate quel che vi unisce; per non considerarvi da poco, bevete il vostro prezzo. Come questo, quando ne mangiate e bevete, si trasforma in voi, così anche voi vi trasformate nel corpo di Cristo, se vivete obbedienti e devoti. Egli infatti, già vicino alla sua passione, facendo la Pasquacon i suoi discepoli, preso il pane, lo benedisse dicendo: Questo è il mio corpo che sarà dato per voi. Allo stesso modo, dopo averlo benedetto, diede il calice, dicendo: Questo è il mio sangue della nuova alleanza, che sarà versato per molti in remissione dei peccati. Questo già voi lo leggevate o lo ascoltavate dal Vangelo, ma non sapevate che questa Eucaristia è il Figlio stesso; ma adesso, col cuore purificato in una coscienza senza macchia e col corpo lavato con acqua monda, avvicinatevi a lui e sarete illuminati; e i vostri volti non arrossiranno. Perché se voi ricevete degnamente questa cosa che appartiene a quella nuova alleanza mediante la quale sperate l’eterna eredità, osservando il comandamento nuovo di amarvi scambievolmente, avrete in voi la vita. Vi cibate infatti di quella carne di cui la Vita stessa dichiara: Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo, e ancora: Se uno non mangia la mia carne e non beve il mio sangue, non avrà la vita in se stesso.

Se dunque avrete in lui la vita, sarete con lui in una sola carne. Non è infatti che questo sacramento dia il corpo di Cristo per poi lasciarvene separati. E l’Apostolo ricorda che questo era già stato predetto nella santa Scrittura: I due formeranno una carne sola. Questo mistero è grande, soggiunge, lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa. E in un altro passo, riguardo, a questa medesima Eucaristia, dice: Uno solo è il pane, e noi; pur essendo molti; siamo un corpo solo. Voi quindi cominciate a ricevere quel che già avete cominciato ad essere, purché non lo riceviate indegnamente, mangiando e bevendo la vostra condanna.

(dal Discorso 228/B, 2-.5)

 

Per una breve meditazione…

 

Ti sei seduto ad una grande tavola; sta’ bene attento a ciò che ti è messo davanti; perché bisogna che anche tu prepari altrettanto.

La grande mensa è quella dove è cibo lo stesso padrone della mensa. Nessuno ciba i convitati di se stesso: lo fa solo Cristo Signore; Egli è colui che invita, ed Egli stesso è cibo e bevanda.

(dal Discorso 229)

Orari Settimana Santa

25 marzo – LUNEDI SANTO
8.30 al B. Antonio S. Messa
16.00 al B. Antonio S. Messa
Dalle 17.00 alle 21.00 al B. Antonio Adorazione Eucaristica
21.00 al B. Antonio Celebrazione Penitenziale e Confessioni
26 marzo – MARTEDI SANTO
8.30 al B. Antonio S. Messa
16.00 al B. Antonio S. Messa
Dalle 17.00 alle 22.00 al B. Antonio Adorazione Eucaristica
27 marzo – MERCOLEDI SANTO
8.30 al B. Antonio S. Messa
16.00 al B. Antonio Confessione dei Ragazzi
20.30 a Fermo S. Messa Crismale
28 marzo – GIOVEDI SANTO
SANTA MESSA NELLA CENA DEL SIGNORE
19.00 dalle Benedettine
19.30 a S. Ruffino
21.00 al B. Antonio
21.00 S. Cristoforo
29 marzo – VENERDI SANTO
AZIONE LITURGICA DELLA PASSIONE DEL SIGNORE
15.00 S. Cristoforo
16.00 dalle Benedettine
19.30 a S. Ruffino
21.00 al B. Antonio
30 aprile – SABANTO SANTO
VEGLIA PASQUALE DELLA NOTTE SANTA
22.00 al B. Antonio
22.30 a Taccarelli
23.00 dalle Benedettine
23.30 a S. Ruffino

Settimana Santa – Mercoledì

Nei giorni della sua vita terrena egli offrì preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime, a Dio che poteva salvarlo da morte e, per il suo pieno abbandono a lui, venne esaudito. Pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza da ciò che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono. (Eb 5, 7-9)

La confessio, di cui parla Agostino, va intesa in primo luogo come confessio laudis, che si combina strettamente alla confessio peccati. Ad integrare i due aspetti vi è un terzo elemento: la confessio amoris: la confessione deve essere un atto di amore. Agostino raccomanda di confessare a Dio i doni ricevuti e di rendere lode a Dio nelle e per le sue opere, perché si riconosca, grazie alla fede che professiamo (confessio fidei), la sua opera di redenzione. Inseparabilmente legata alla lode è la confessio peccati: confessando i suoi peccati, Agostino vuole cantare la lode di Dio misericordioso e giusto, mettendo l’accento sull’azione santificante della grazia, che salva e libera dai peccati: «I tredici libri delle mie Confessioni lodano Dio giusto e buono per le azioni buone e cattive che ho compiuto, e volgono a Dio la mente e il cuore dell’uomo» (Ritrattazioni II, 6.1). La condanna del proprio peccato è già essa stessa una lode a Dio (cf. Discorso 67, 2). Le Confessioni diventano un inno alla misericordia di Dio, che ha liberato l’uomo che sa di essere peccatore, che sperimenta tuttora la propria fragilità e che innalza il suo grido, perché 1’opera avviata da Dio possa giungere al completamento.

Partendo da quest’ottica le Confessioni alimentano la virtù teologale della speranza; da questo libro i fratelli nella fede imparano, sull’esempio di Agostino, ad invocare il Signore, a non disperare della misericordia divina, ad attendere fiduciosi il compimento delle promesse di Dio.

 

La confessione della lode

Confessare a Dio che cosa significa se non umiliarsi davanti a Dio e non attribuirsi alcun merito? Poiché per grazia sua siamo stati salvati, come dice 1’Apostolo, non per merito delle opere, perché nessuno s’insuperbisca; infatti per sua grazia siamo stati salvati. Non è preceduta infatti una qualche vita meritoria, che Dio dall’ alto possa aver gradito e amato e così possa aver detto: “Veniamo in aiuto, soccorriamo questi uomini, perché vivono bene”. Non fu contento della nostra vita, gli dispiacque in noi tutto quanto facevamo, mentre non gli dispiacque quanto lui aveva fatto in noi. Perciò condannerà quanto abbiamo fatto noi, salverà quanto ha fatto lui. Condannerà le cattive azioni degli uomini, ma salverà gli uomini.

Gli uomini non hanno fatto se stessi, ma hanno prodotto cattive azioni. Quanto Dio ha fatto in essi – Dio infatti ha creato l’uomo ad immagine e somiglianza sua – è buono. Quanto invece l’uomo, respingendo il suo Autore e creatore e volgendosi alla perversità, tramite il libero arbitrio, ha fatto di male, questo condanna Dio per liberare l’uomo; cioè Dio condanna’ quanto ha fatto l’uomo e libera quanto ha fatto lo stesso Dio.

Noi non eravamo buoni. Ma ha avuto pietà di noi e ha mandato il suo Figlio a morire, non per i buoni ma per i cattivi, non per i giusti ma per gli ingiusti. Infatti Cristo è morto per gli empi. E che cosa segue? È raro il caso che uno voglia morire per un giusto; tuttavia qualcuno forse accetterebbe di morire per un uomo dabbene. Si potrebbe trovare qualcuno che abbia il coraggio di morire per un uomo dabbene. Invece per un ingiusto, per un empio, per un iniquo chi vorrebbe morire, se non Cristo solo, così innocente da poter giustificare anche gli ingiusti? Perciò, fratelli miei, non avevamo nessun’opera meritoria, ma soltanto demeriti. Ma pur essendo tali le opere degli uomini, la sua misericordia non abbandonò gli uomini. E mentre erano meritevoli di pena, egli invece della pena dovuta donò la grazia non dovuta. E mandò il Figlio suo per redimerci, non a prezzo d’oro o d’argento, ma a prezzo del suo sangue, che egli sparse, agnello immacolato condotto al macello per le pecore contaminate, se pur soltanto contaminate o non anche completamente infette.

Ecco la grazia che abbiamo ricevuta. Viviamo in maniera degna di questa grazia che abbiamo accolta, per non fare torto a tanto dono. Un così grande medico è venuto a noi, ha rimesso tutti i nostri peccati. Se vogliamo di nuovo ammalarci, non soltanto danneggeremo noi stessi, ma ci mostreremo anche ingrati verso il medico.

Seguiamo perciò le sue vie che egli ci ha mostrato, in modo particolare la via dell’umiltà, perché egli stesso è divenuto umile per noi. Ci ha mostrato con l’insegnamento la via dell’umiltà e l’ha percorsa soffrendo per noi. Non avrebbe sofferto se non si fosse umiliato; chi avrebbe potuto uccidere Dio, se Dio non si fosse umiliato? Il Cristo infatti è Figlio di Dio, e il Figlio di Dio è anch’ egli Dio. È lui il Figlio di Dio, il Verbo di Dio, del quale parla Giovanni: In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e’ il Verbo era Dio. Egli era in principio presso Dio. Ogni cosa è stata fatta per mezzo di lui e niente è stato fatto senza di lui. Chi avrebbe potuto uccidere colui per mezzo del quale sono state fatte tutte le cose e senza il quale niente è stato fatto? Chi avrebbe potuto ucciderlo, se egli non si fosse umiliato? Ma in che modo si è umiliato? Dice ancora Giovanni: Il Verbo si è fatto carne ed ha abitato in mezzo a noi. Il Verbo di Dio infatti non avrebbe potuto essere ucciso. Perché potesse morire per noi, poiché per sua natura non poteva morire, il Verbo si è fatto carne ed ha abitato in mezzo a noi. Immortale, assunse la mortalità, perché potesse morire per noi, e con la sua morte uccidere la nostra morte. Questo ha fatto il Signore, questo ha compiuto per noi, Onnipotente, si è umiliato; umiliato, è stato ucciso; è stato ucciso, è risorto, è stato esaltato per non abbandonarci, morti, nell’inferno, ma per glorificarci in lui nella risurrezione dei morti, mentre ora ci ha innalzati nella fede e nella confessione dei giusti.

(dal Discorso 23/ A, 1-4)

 

Per una breve meditazione…

 

Dio ci ha dato come via l’umiltà. Se la percorreremo, confesse. remo al Signore e allora con verità possiamo cantare: Confesseremo a te, Dio, confesseremo a te e invocheremo il tuo nome.

 

(dal Discorso 23/ A, 4)

Settimana Santa – Martedì

Cadde in ginocchio e pregava dicendo: «Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà» (Lc 22, 41-42)

Agostino espone uno dei temi costitutivi del suo pensiero teologico e spirituale: l’umiltà di Cristo, fondamento a sua volta dell’umiltà dei cristiani. Ancor prima di considerarla una virtù morale che indica semplicità, modestia e consapevolezza dei propri limiti, l’umiltà è una categoria teologica relativa al progetto di salvezza di Dio. Il Figlio di Dio è umile in quanto diviene uomo: «Tutta la vita di Cristo, Dio e Creatore, è intessuta di umiltà, è basata sull’umiltà, al punto che Paolo riassume tutta l’Incarnazione redentrice nell’annientamento e nell’ubbidienza. L’umiltà di Gesù è certamente assoluta, ma in un altro senso: si fonda sulla convinzione di aver ricevuto tutto dal Padre» (J. Galot). «Non fu certamente il peccato a rendere Cristo umile, ma la carità» (La verginità consacrata 37.3 8). Per il cristiano, pertanto, l’umiltà si presenta come la condizione indispensabile per seguire Cristo e per divenire una degna dimora di Dio. Solo l’umiltà conferisce forza al cristiano, come già ha saputo dimostrare Cristo: ecco il cuore dell’esposizione esegetica di Agostino.

 

Aspira a cose sublimi

 

Nessuna cosa è più cara a Dio di colui che è l’immagine di Dio. Iddio ha posto tutto al di sotto dell’uomo, e l’uomo al di sotto di sé. Vuoi che sia sotto di te tutto ciò che Dio ha fatto? Sii tu sotto di Dio. Sarebbe grande impudenza che tu pretenda che le creature inferiori stiano sotto di te e intanto tu non riconosci sopra di te colui che le ha create. Dio dunque ha disposto quel che ha creato ponendo sotto di sé colui che è sua immagine e tutto il resto sotto di questa. Accogli lui e ti innalzerai sull’umano. Anche Cristo fu disprezzato.

Lui al quale vien detto: In te mi rifugio, è venuto ad esser disprezzato per te, e ti ha redento proprio perché disprezzato.

Tu non saresti salvato, se egli non fosse stato disprezzato. Disprezzato in che senso? Perché ha preso la veste di servo, la tua stessa forma. Altro era infatti quel che si nascondeva, altro quel che si vedeva. Si nascondeva Dio, si vedeva l’uomo.

Così l’uomo fu disprezzato, ma da Dio fu glorificato.

Tutto dunque, egli che per noi si fece via, tutto ciò che gli uomini quaggiù ambiscono come qualcosa di grande, egli lo rifiutò; egli che tutto aveva, a cui apparteneva il cielo e la terra, per mezzo del quale erano stati fatti il cielo e la terra, al quale nei cieli e nel più alto dei cieli servivano gli angeli, egli che fugava i demoni, che scacciava le febbri, che apriva gli orecchi ai sordi e gli occhi ai ciechi, che comandava al mare, ai venti e alle tempeste, che risuscitava i morti. Egli tanto poteva, eppure contro di lui tanto poté colui che egli aveva creato. Benché creatore dell’uomo, si sottomise all’uomo, quando apparve come uomo per liberare l’uomo. Si sottomise all’uomo, ma nelle vesti di uomo, nascondendo la divinità; manifestatosi come uomo, come uomo fu disprezzato, riconosciuto più tardi come Dio; ma riconosciuto proprio perché prima era stato disprezzato. E anche a te non volle dare la gloria, se non dopo averti insegnato l’umiltà.

Ogni uomo desidera cose sublimi. Ma sulla terra che c’è di sublime? Se dunque desideri cose sublimi, il cielo desidera, le cose celesti desidera, desidera le cose sopracelesti. Brama di essere concittadino degli angeli, anela verso quella città, verso di essa sospira, là dove non perderai l’amico e non dovrai soffrire il nemico, dove non troverai nessuno liberato, perché da quaggiù nessuno vi può portare il suo schiavo.

Quella infatti è città eterna, dove nessuno nasce, nessuno muore, dove è perpetua e perfetta sanità, perché la sanità si chiama immortalità. Se tu brami di essere lassù, veramente aspiri a cose sublimi. Questo è il dove; ma considera anche il come. Perché non c’è nessuno che non brami di essere concittadino degli angeli, di godere in Dio, di Dio, sotto Dio, di restare per sempre, di non essere afflitto da nessuna piaga, raggiunto da nessuna vecchiezza, debilitato da nessuna stanchezza, consumato da nessuna malattia e da nessuna morte. Grande cosa, sublime cosa, desiderabile cosa. Tu desideri arrivarci; ma guarda per dove ci si arriva.

(dal Discorso 20/A, 2-7.8)

 

Per una breve meditazione:

 

Dio china a noi il suo orecchio. Egli è in alto, noi in basso. Egli è sulla vetta, noi nella miseria; ma non siamo abbandonati.

(dal Commento al Salmo 85, 2)

Settimana Santa – Lunedì

Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? Egli che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi, non ci donerà forse ogni cosa insieme a lui? (Rm 8, 31-32)

Il peccato originale non solo ha compromesso la relazione tra uomo e Dio, ma ha inficiato anche i rapporti reciproci tra gli uomini e tra questi e il creato, sottomesso anch’ esso alla caducità del male. Tutti sono dunque coinvolti nel peccato di Adamo, componendo la cosiddetta massa peccati, degna dell’ira di Dio. Il peccato ha assunto dimensione universale (massa), pur senza intaccare la bontà sostanziale delle creature volute da Dio. Pur di fronte al rifiuto dell’uomo, Dio non abbandona i suoi figli: la storia della salvezza registra i suoi continui interventi volti a ravvedere e ricercare il peccatore per riscattarlo dalla morte. Nella pienezza del tempo (Gal 4, 4), Dio realizza il suo disegno di salvezza: consegna il Figlio Unigenito per la redenzione universale. L’innocenza di Cristo (che Agostino sottolinea con una triplice ripetizione dell’avverbio innocenter) mette in luce l’indegnità dell’uomo, che non ha meriti da avanzare di fronte a Dio, e fa’ emergere la misericordia sovrabbondante e la generosa benevolenza di Dio.

Dio ha dato per noi il sangue del suo Figlio

La misericordia di Dio è sovrabbondante e generosa la sua benevolenza: ci ha redenti con il sangue del Piglio suo, mentre per i nostri peccati non meritavamo niente. Egli aveva fatto certo una grande cosa nel creare l’uomo a sua immagine e somiglianza. Ma poiché noi con il peccato volemmo ridurci al nulla ed ereditammo dai progenitori un legame di morte e divenimmo una massa di peccato, una massa d’ira, piacque a lui, nella sua misericordia, riscattarci a tanto prezzo. Ha dato per noi il sangue del suo Unigenito innocentemente nato, innocentemente vissuto, innocentemente morto. Chi ci ha riscattato a tanto prezzo non vuole che periscano quelli che si è acquistato. Non li ha acquistati per farli perire, ma per dar loro la vita. Se i nostri peccati sono una mole più grande di noi, Dio non disprezza il prezzo da lui pagato. Ha pagato un prezzo ingente. Da parte nostra però non lusinghiamoci basandoci unicamente sulla sua misericordia, se non siamo decisi a combattere i nostri peccati. E se ne commettiamo, soprattutto di gravi, non speriamo che ci si usi una tale misericordia che includa dell’ingiustizia. Potrà forse collocare coloro che niente hanno fatto per vivere da convertiti, ma rimasero nell’ ostinazione e durezza di cuore, incolparono anzi Dio difendendo i propri peccati, nello stesso posto ove ha collocato i santi Apostoli, i Profeti, i Patriarchi e i suoi fedeli che si sono comportati bene, che lo hanno servito, che hanno camminato nella castità, nella modestia, nell’umiltà, facendo elemosine, perdonando tutto ciò che dovettero sopportare dagli altri? Tale è la via seguita dai giusti, tale è la via seguita dai santi che hanno ritenuto Dio come loro padre ela Chiesacome loro madre. Non disgustando né quel Padre né questa madre, ma vivendo nell’ amore di ambedue questi genitori e affrettandosi verso l’eredità eterna, appunto perché non si è offeso il Padre né la madre, verrà data a ciascuno l’eredità.

(dal Discorso 22, 9)

Per una breve meditazione…

Non taccia la nostra lingua e dica: Ecco Cristo ha sofferto, il compratore ha mostrato il compenso, ecco il prezzo che ha dato, il suo sangue è stato versato. Nel sacco del suo Corpo portava il nostro prezzo; è stato colpito dalla lancia, il sacco si è aperto e ne è disceso il prezzo di tutta la terra.

 

(dal Commento al Salmo 21, 28)