VITA
DEL BEATO
SACERDOTE
Dovendosi preparare al sacerdozio, Antonio attese con alacrità a completare gli studi. La buona impostazione avuta dai Benedettini e le sue notevoli attitudini mentali gli permisero di raccogliere buoni frutti in poco tempo.
Difatti lo troviamo sacerdote ancora abbastanza giovane, verso i 25 anni, ossia attorno al 1380.
Sacerdoti non ci si diventa per il proprio vantaggio, ma per il servizio del popolo di Dio. Questa verità, non sempre abbastanza compresa, per Antonio fu ben chiara fin dalle sue prime esperienze d'apostolato. Gli si aprirono subito gli occhi sulle realtà dei tempi, che erano amare. Forse fino a quel momento, protetto dalla pace delle sue montagne o dalla solitudine del romitorio, il vero volto della sofferenza non gli si era presentato in faccia. Anche agli altri esso si presentava, ma c'era chi si raccoglieva nella roccaforte dell'egoismo, magari col pretesto della solitudine e del silenzio. La reazione d'Antonio ci svela un aspetto della sua ricca personalità; cioè una grande sensibilità e compartecipazione di fronte a tutte le sofferenze. « Piangere con chi piange » come aveva detto S. Paolo.
Al suo cuore sacerdotale cominciarono ben presto a bussare le lacrime e le angosce, la fame e la miseria, le violenze e le ingiustizie. Fu soprattutto dal confessionale che le bordate della sofferenza batterono sul suo cuore. Ed egli capì che non era possibile restar chiuso negli antri dell'eremitaggio; e non bastava neanche rincuorare gli animi con sterili parole di fiducia e di pazienza. Bisognava rimboccarsi le maniche, gettarsi nella mischia, affrontare il male a viso aperto: non bastava additare il Paradiso, bisognava smantellare l'Inferno. Anche S. Nicola aveva fatto così.
Il suo centro d'azione divenne dunque il confessionale e lo restò per tutta la vita. Confessore ricercatissimo. Si cominciò a fare la fila. Ma egli prese ad affrontare la vita anche nei vicoli e sulle piazze per visitare i malati, per assistere i moribondi, per questuare dai ricchi e aiutare i poveri, per consigliare e raddrizzare situazioni insostenibili, per sradicare gli odi e le vendette, per affrontare i prepotenti e indurre tutti alla giustizia e alla pace.
I tempi erano cattivi. Tutti i tempi sono cattivi, ma quelli dei secoli XIV e XV furono caratterizzati dalla mancanza assoluta di un'autorità, e quindi dalla violenza di molti e dall'insicurezza di tutti.
Il Piceno apparteneva al dominio temporale della Chiesa. Ma a parte i tentativi dell'Impero per fagocitare i territori della Chiesa, il guaio grosso era che la Chiesa stessa faceva acqua da tutte le parti, e soprattutto nelle alte gerarchie. A queste si dava la scalata dalle alte casate più per l'ambizione del potere che per un servizio spirituale e si restava aggiogati ai potenti e insensibili agli umili e ai bisognosi. Al periodo della lunga e funesta vacanza dei papi in Avignone, terminato nel 1377, era succeduto lo scandalo ancora più funesto di quello che fu chiamato « lo scisma d'occidente » (1378-1424) in cui due e persino tre papi si contendevano contemporaneamente il potere.
In tale dissolvimento dell'autorità ogni ambizioso aveva partita vinta, e d'ambiziosi ce n'erano fin troppi. Il loro mezzo ordinario era la violenza, e questa passava sempre impunita, a meno che non fosse sopravvenuto qualcuno più forte e più violento. È impressionante come a quel tempo le teste dei prepotenti saltassero in aria.
Ma per questo, pace all'anima loro. Però chi immancabilmente restava a piangere e soffrire era la gente povera, scoperta e indifesa, su cui si scaricava ogni soperchieria dei potenti. Di essa la storia non si è mai occupata. Ma i fasti dei Comuni, delle Signorie, i meravigliosi palazzi sono tutte belle parole: sotto ci sono fiumi di lacrime e di sangue.
In tutta questa corruzione, in questa ridda di ambizioni, che non risparmiò gli alti vertici della Chiesa, non mancarono anime generose, specialmente di sacerdoti e religiosi, che spesero tutta la loro esistenza per arginare il male e sostenere i deboli. Ci fu una splendida fioritura di santi rivolti a problemi che oggi chiamiamo sociali; e se si lasciassero da parte le gesta altisonanti e boriose, la storia avrebbe da raccontare pagine meravigliose di carità evangelica.
Tale fu il sacerdozio del Beato Antonio. Dal confessionale alle case dei sofferenti, da queste al monastero per gli impegni della comunità; e poi la notte a pregare e a far opere di penitenza. Qualche eremita della vecchia osservanza avrà avuto anche da arricciare il naso. Succede... Ma la gente di Amandola si cominciò ad accorgere che in mezzo a loro c'era un essere straordinario, un santo. Se ne cominciò a parlare e, come succede, la voce si dilatò a vista d'occhio e, per uno che andava via contento, ne venivano dieci a portare i loro crucci. Antonio era veramente il protettore degli umili, e forse fin da quel tempo cominciarono a chiamarlo difensore di questo popolo , titolo che gli rimase come un distintivo e che, 14 anni dopo la morte, ossia nel 1464, il Comune gli sancì ufficialmente in una reformatione degli Statuti Municipali .
Non vogliamo tralasciare un episodio, concordemente riportato dai biografi, che sembra che vada riferito a questo periodo ancora giovanile della sua vita.
Si avvicinava un giorno ad Amandola sulla strada lungo il Tenna un'orda di soldatacci, stanchi forse per l'ozio o più probabilmente bisognosi di saccheggio. Amandola, già da un pezzo libero Comune, aveva le sue brave mura di difesa, ma la masnada aveva contato sulla sorpresa e stava già per passare il ponte mentre il panico si era diffuso tra la gente. Antonio non ebbe esitazioni. Uscì da solo, nel suo umile saio nero, ad affrontare la soldataglia. O che li abbia convinti col suo parlare o che li abbia spaventati con la presenza (a quel tempo anche i ladri avevano un po' paura dei frati), fatto si è che quelli se ne tornarono indietro.
La tradizione ha poi tinto l'episodio dei colori del prodigioso e si parla di spirito profetico, di bilocazione del beato, di una forza misteriosa che abbatté cavalli e cavalieri decisi a forzare il blocco. Gli storici inoltre hanno tentato di individuare questi soldati e si parla soprattutto di milizie mercenarie guidate da Boltrino da Panigale o da Rinaldo da Monteverde.
È certo che l'avvenimento dovette portare alle stelle la popolarità del frate. Allora alla tentazione delle lodi egli dovette opporre un'umiltà a tutta prova. Il diavolo sa trarre profitto anche dalle proprie sconfitte, solleticando l'orgoglio e la vanagloria. E forse Antonio, ancora così giovane, dovette affrontare dure battaglie interiori. |
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Miracolo del ponte

Ponte Romanico dove avvene il miracolo
dei soldati di Boltrino da Panigale
Amandola

Foto panoramica di Amandola

Santuario Beato Antonio, Amandola

Foto panoramica di Amandola
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LONTANO DA AMANDOLA
Doveva aver superato da poco i 30 anni quando i superiori lo trasferirono a Tolentino. Perché? I biografi propongono varie risposte che restano però semplici ipotesi, a volte anche ingenue. Si pensa che fosse stato il Beato stesso a chiedere il trasferimento per sottrarsi ad una popolarità che cominciava a infastidirlo o addirittura per vivere nei luoghi santificati da S. Nicola per poterlo meglio studiare e imitare. Ma vale la pena chiedersi il perché? Probabilmente non se lo chiesero neanche i superiori e certo non se lo chiese il Beato Antonio che obbedì con amore e serenità.
Restò a Tolentino per circa dodici anni e vi esercitò l'ufficio di sacrestano. Era un ufficio umile, ma di responsabilità, che richiedeva una presenza quasi costante nella chiesa, capacità organizzative e amministrative e il saper tenere gli occhi aperti su problemi pratici. Ed è interessante questa scelta dei superiori, la cui fiducia mostra come il Beato, pur così amante della preghiera e delle cose spirituali, sapeva il fatto suo anche in quelle materiali e pratiche. Ed è bello immaginare quanto amore avrà messo nel suo ufficio non solo per il decoro della casa di Dio, ma anche per il culto del suo caro S. Nicola.
Intensificò l'apostolato nel confessionale e sembra che si sia dato anche alla predicazione. Allora la predicazione si identificava un po' con la grande oratoria: occorreva un gran vocione, una personalità imponente, buona e vasta dottrina e capacità di convincere. Su questo substrato di qualità c'erano poi predicatori di ciance che pascevano di vento le pecorelle, e predicatori veri che miravano all'essenza delle cose, alla conversione e alla santificazione. Non c'è dubbio che quest'ultima fu la predicazione del Beato Antonio.
Bisogna osservare che è in questo periodo che Antonio si fa adulto nella santità. Non che prima non lo fosse abbastanza, ma ormai usciva, per così dire, dai fervori e dagli entusiasmi della giovinezza, e ne usciva con le ossa robuste. Questo non è da tutti: spesso gli slanci giovanili si dissolvono di fronte alle asprezze e alla monotonia della vita; perché possano resistere all'impatto e all'attrito degli anni più maturi non occorre molto calore, ma principi e convinzioni chiare e salde. Perché i santi si cuociono a fuoco lento.
In questa maturazione d'Antonio ebbe notevole influsso anche la comunità di Tolentino, comunità grande e importante, focolaio di studi e spiritualmente molto elevata. Vi viveva tra gli altri il Beato Giovanni da Tolentino che si spense attorno al 1393; il Beato Antonio lo ebbe a contatto e il suo comportamento gli fu di sprone non meno della presenza viva di S. Nicola.
Per gli impegni di sacrestano dovette ridurre quell'apostolato di contatti umani con i bisognosi che ad Amandola erano stati tanto proficui; ma accrebbe l'intensità della preghiera e delle penitenze, restando spesso in chiesa anche per tutta la notte. E come di S. Nicola, così anche di lui si racconta che il diavolo, incapace di vincerlo spiritualmente, lo tormentò anche materialmente, ora cercando di spaventarlo con urla e strani rumori, ora colpendolo e battendolo anche nel corpo.
Attorno al 1397 per ragioni ancora più sconosciute, se ragioni ci furono, fu trasferito nelle Puglie, e probabilmente a Bari. C'è chi afferma che vi andò come predicatore: sarebbe bello e allettante, ma non abbiamo trovato nessuna prova a sostegno di questa affermazione.
La Provincia agostiniana, chiamata allora del Regno della Puglia, era assai fiorente per numero di conventi e santità dei religiosi. Antonio prese contatto con le varie comunità della zona studiando la loro vita comunitaria e l'esperienza, come già quella di Tolentino, gli fu assai utile per l'avvenire.
E finalmente verso il 1400, all'età di 45 anni, fu nuovamente destinato al convento di Amandola. |
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